02/09/2017. Milano Finanza “Dossier Brexit 37”

Quanti danni fa il provocatore Barnier al tavolo con Londra

La relazione tra Regno Unito e Ue è ormai compromessa. E di questo stato delle cose molta responsabilità andrà ascritta a Michel Barnier. Il commissario Ue al Mercato Interno ha assunto posizioni negoziali intolleranti, al punto che il muro contro muro comincia a irritare anche Bruxelles. In Rue de la Loi sono in molti che cominciano a dubitare della capacità di giudizio del negoziatore francese. «Provocatore» è la parola più usata all’interno della sua stessa delegazione. La tensione ha raggiunto l’apice nella prima sessione di negoziato dopo la pausa estiva. Barnier nel consueto incontro con la stampa ha accusato il Regno Unito di «ambiguità» circa la posizione britannica sulle condizioni di divorzio, ammonendo Londra a prendere il tema «sul serio».

Alcuni degli sherpa presenti alla sessione non hanno potuto esimersi dal commentare che «chi è causa del suo mal pianga se stesso». L’irragionevole posizione di Barnier è che il Regno Unito dovrebbe pagare circa 60 miliardi di euro per lasciare la Ue e continuare a contribuire al bilancio per l’accesso al mercato comune durante il periodo transitorio. Insomma, Barnier chiede al Regno Unito di pagare due volte.

Non è chiaro in che modo la sortita si ponga sul fronte della politica interna francese; ma la mossa appare in netto contrasto con le iniziative pragmatiche di Emmanuel Macron. Il presidente aveva appena segnalato di essere a favore della posizione inglese, trovando ragionevole la richiesta di intraprendere discussioni sulla futura relazione commerciale tra Uk e Ue in parallelo al negoziato sul divorzio. Macron ha così sconfessato in toto la posizione oltranzista di Barnier, arroccato sul firmare il divorzio prima di discutere il futuro. Addirittura, il riservatissimo Quai d’Orsay aveva fatto trapelare che «lo stallo va rotto».

L’iniziativa appariva concertata con la Germania. L’influente Camera di Commercio Federale assecondava, a stretto giro, la posizione francese, esprimendo preoccupazione sull’impatto devastante della Brexit sul commercio europeo e auspicando chiarezza sullo stato del futuro accordo commerciale. D’altro canto, il mercato interno inglese assorbe 1,7 milioni di automobili tedesche all’anno.

Nel frattempo i numeri rilasciati dall’Office for National Statistics segnalano che l’immigrazione netta in Uk è in calo; nel primo trimestre di quest’anno 122 mila cittadini Ue hanno lasciato la Gran

Bretagna. Il saldo di 246 mila è il più basso da tre anni. Altrettanto positivi i dati economici; il bilancio dello Stato è in attivo e a luglio ha registrato un surplus di 180 milioni di sterline. Addirittura straordinari i dati sulla disoccupazione, inchiodata sotto il 4%, il livello più basso in 50 anni. Da ultimo, rientrano a Londra i miliardari. Il noto finanziere Alan Howard, gestore del fondo Brevan Howard, il quale aveva spostato la residenza a Ginevra, allorché Tony Blair aveva introdotto un’imposta punitiva per i finanzieri, rientra alla base, proprio mentre una serie di hedge fund rinuncia alla licenza Mifid per prepararsi a operare in regime Aifmd quali imprese d’investimento di Paese terzo extracomunitario.

Nel mentre la politica interna britannica si ricompatta dopo il referendum e la tornata elettorale. Superate le recenti incertezze, i laburisti si schierano compatti per una soft-Brexit. Il portavoce del partito, Keir Starmer, ha offerto la disponibilità del Labour a sostenere un periodo transitorio di 4 anni durante il quale tentare di negoziare l’adesione permanente al mercato unico e all’unione doganale assieme a una clausola di salvaguardia sull’immigrazione per ridurre la libera circolazione in Ue. È una proposta che suona

maledettamente simile a quanto offerto a Bruxelles da David Cameron per scongiurare il referendum e che è stato già rifiutato illo tempore. Ma il segnale politico è chiaro: l’Uk è compatta sulla Brexit e i dati economici positivi lasciano poco spazio a strumentalizzazioni politiche. La campagna per il Remain, ribattezzata Project Fear, si è rivelata inaffidabile nel minacciare l’Armageddon economico. Ormai l’Europa non è più centrale alla strategia economica britannica. La City ha già spostato il proprio baricentro geopolitico dall’Europa all’Asia. Aramco, la compagnia petrolifera di Stato saudita, prosegue nel piano di privatizzazione. Finalizzate le nomine degli advisor finanziari (Jp Morgan, Hsbc, Morgan Stanley, Moelis ed Evercore), è certo che la quotazione di Aramco avverrà a Londra. La Fca, l’autorità di vigilanza britannica, ha infatti modificato le regole di borsa e creato un listino azionario per le società di Stato, rompendo così un altro tabù. Ma d’altre parte il mondo è cambiato. Appaiono ora comprensibili le parole di Boris Johnson sulla Brexit: «La mia posizione su moglie e botte? La prima ubriaca e la seconda piena». Aveva ragione.